Se non possiamo toccarci, perlomeno possiamo ascoltarci

In questi giorni di reclusione forzata tante persone LGBTQ+ sentono ancora più fortemente il peso dell’omofobia che li circonda.

Mentre scrivo è appena arrivato il bollettino di guerra della Protezione Civile con gli ultimi contagi, i decessi, le guarigioni. La sola ritualità di questo aggiornamento quotidiano racconta una realtà di ansia e angoscia collettiva nella quale la luce sembra svanire all’orizzonte, così come l’inverno sta cedendo il passo alla primavera (che non godremo). Di fronte a questo tutto sembra irrilevante, qualunque litigio, problema, conflitto, e perfino mancanza di libertà. Già, è uno degli effetti del Coronavirus: tutto diventa poco importante, e per questo vitale, perché è l’ultimo barlume di passato “normale” a cui ci aggrappiamo. 

L’altro giorno un centenario della Polonia, l’attore e giornalista Witold Sadowy, ha fatto coming out. Una notizia che fino a qualche tempo fa avremmo tutti approfondito (o quasi), indagandone le correlazioni con l’omofobia del suo Paese, l’incidenza del coming out nella società, anche quando così tardivo, festeggiandone il traguardo. Oggi solo pochi articoli in riviste di settore. Perché tutto sotto la prospettiva dell’ansia fagocitante da Coronavirus appare distorto, offuscato, fuori prospettiva. 

Eppure in questi giorni di reclusione forzata tante persone LGBTQ+ sentono ancora più fortemente il peso dell’omofobia che li circonda o semplicemente della solitudine. Da chi è sol* e non ha nessun partner, a chi vive in una condizione familiare omofoba, o chi viveva in un ambiente di lavoro omofobo e ha paura per le riduzioni di personale che potranno avvenire (o sono già accadute). 

L’articolo completo su La politica del popolo:

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