“NON È NECESSARIO PARLARE SEMPRE DI OMOSESSUALITÀ COME TRAGEDIA”. PARLA LA PROTAGONISTA DEL COMING OUT ALL’EREDITÀ

La settimana scorsa abbiamo assistito a ben due coming out in diretta nazionale durante due diversi quiz show televisivi. Un vero e proprio fenomeno unico. Il primo, quello del campione Diego di Caduta libera, il quiz show condotto da Jerry Scotti su Canale 5; il secondo di Francesca Brancati, ne L’eredità, il programma concorrente su Rai Uno, condotto da Flavio Insinna. Due modi nuovi di fare coming out che aprono una finestra di naturalezza e spontaneità all’interno della narrazione televisiva. Ho voluto incontrare una dei protagonisti di questa “rivoluzione”, Francesca Brancati, scrittrice, attivista, membra del coordinamento nazionale di Equality Italia, rete trasversale per i diritti civili. Francesca è una donna ricca di carisma e curiosità per la vita, ironica e coinvolgente, ha raccontato la sua esperienza e i suoi progetti futuri con grande trasporto e generosità. 

L’intervista

Raccontaci come nasce la tua partecipazione all’Eredità?

Beh, diciamo che semplicemente ho voluto provare a partecipare alla trasmissione per mettermi in gioco. Ho fatto un casting a Bari ed eccomi qua.

Il conduttore sapeva quel che avresti detto?

In realtà oltre al fatto che fossi una scrittrice, cosa che avevo scritto anche sul modulo di partecipazione, null’altro. Con gli autori infatti avevamo programmato soltanto questo passaggio, ma nulla in merito al mio percorso personale, tantomeno al contenuto dei miei libri. In realtà, è stato del tutto spontaneo anche per me. Quando Flavio Insinna mi ha chiesto di parlarmi dei miei sogni, in maniera del tutto naturale, mi è venuto fuori ciò che ho detto. Immagina che non ho avuto modo neppure di conoscerlo prima della puntata.

E qual è stata la reazione attorno a te?

Esattamente quel che è apparso. Ho sentito l’approvazione del pubblico sorpresa – per quel che riuscissi a percepire in quel momento, malgrado la tensione. Non ho avuto modo di entrare in relazione con il pubblico. C’è una sorta di porta blindata immaginaria. Dietro le quinte ci siamo soltanto noi concorrenti con i tecnici.Una volta raggiunta la vetta del palco, oltre la scaletta che contiene tutte le emozioni possibili, ti ritrovi catapultata dentro una sorta di teca. Non immagini cosa accadrà. Luci, telecamere, aria fresca dal basso del monitor che ti stempera l’emozione sul viso; il pubblico seduto nella penombra intorno che quasi non vedi. E infine, la spumeggiante energia del conduttore e delle belle “professoresse”. Pensi “ ma davvero son qua?”

Ho visto che nei social hai condiviso gli articoli di giornale sul tuo coming out. Ti hanno scritto molte persone?

Si! La reazione mediatica così tambureggiante ha sorpreso piacevolmente anche me. Al di là dei narcisismi – inutile nascondere che faccia estremamente piacere, specie se di te si parla positivamente – non immaginavo una tale eco. Forse proprio perché la cosa è stata esternata in modo spontaneo e naturale. Ecco credo che sia stato proprio questo a sorprendere. Da attivista, lotto ogni giorno affinché non si parli di omosessualità come di una categoria protetta, ma che tutto avvenga con fluidità e naturalezza tali da  portarci un giorno a passare “inosservati”, anche se oggi appariamo “sorprendenti”! 

E in effetti è stata proprio la naturalezza con la quale hai parlato a colpire, tra l’altro in concomitanza con il programma analogo di Gerry Scotti. Due coming out televisivi uno dopo l’altro. 

Esatto! Coincidenza? Io la vivrei ottimisticamente più come un segnale evidente che la società italiana si stia dimostrando sempre più pronta ad accogliere e condividere i percorsi di vita di ciascuno. Non voglio più parlare neppure di diversità. Questo vento favorevole mi fa capire che nonostante le avversità ancora presenti purtroppo, si può dialogare e presupporre i prossimi traguardi di civiltà.

Non vuoi più parlare di diversità, come mai?

È da tempo che insisto sul cambiare il linguaggio. Non è necessario parlare sempre di omosessualità come tragedia. Lì dove accadono purtroppo episodi spiacevoli, occorre piangere e riflettere. Ma quando è possibile raccontare una storia felice, nonostante le difficoltà che si sono vissute nel frattempo, bisogna farlo! Penso a tanti coming out che si potrebbero fare così. Penso a tanti genitori che potrebbero non “piangere” per l’omosessualità dei propri figli ma gioire con loro dove c’è da gioire – e intristirsi e magari supportare i figli, soltanto ed eventualmente al bisogno. 

Ringrazio la mia famiglia , per avermi permesso tutto questo. È vero, “qualche” anno fa se ne parlava tanto di meno. I genitori si sentivano più soli. Noi figli avevamo più timore a esporci. Oggi io sono felice di poter “salutare” la mia famiglia così. Con una storia bella come questa!

Anche la tv aiuta, non credi?

Assolutamente! Riconosco anche alla tanto bersagliata “tv di massa” che qualcuno definisce trash, un ruolo sociale fondamentale. Sicuramente non è stata portatrice di un messaggio culturale importante, ma ribadisco, il ruolo sociale di alcune trasmissioni che hanno letteralmente stanato le persone comuni e le hanno portare nelle case di altrettante persone comuni. Hanno cambiato qualcosa.

La partecipazione di Francesca alle Iene

Tu non sei nuova alle telecamere, giusto? Anni fa partecipasti alle Iene a causa di una tua foto apparsa su un sito di fake news. La tua immagine era stata associata a un brutale omicidio di cronaca nera: due donne lesbiche africane avevano ucciso il bimbo di 4 anni. La tua foto con la tua partner era comparsa come corollario della notizia. 

Si . Purtroppo è accaduto nell’aprile 2017. Piaga dolente. Ho scoperto proprio qualche settimana fa, presentando una richiesta con modulo 335 presso la procura di Foggia, che non è presente nessun atto. Ciò significa che la mia denuncia è come se non fosse mai arrivata a destinazione. Una roba assurda vero? Eppure vera. Nel mentre, non riesco a trovare il protocollo del deposito. Ma innanzitutto può accadere che un cittadino smarrisca un protocollo, non è assolutamente normale che un tribunale smarrisca un atto. In secondo luogo ero in presenza del mio avvocato quando ho depositato e può testimoniare. Inoltre, non avrei fatto una denuncia pubblica se prima non mi fossi recata nelle sedi opportune. E infine, indipendentemente dalla mia denuncia, credo che la macchina della giustizia possa muoversi autonomamente di fronte all’evidenza di un reo confesso, cosa che potrebbe permettermi poi di fare una richiesta di risarcimento. Sbaglio? Forse in termini giuridici si, ma di certo non credo in termini etici e morali.

Francesca e i suoi romanzi

Dopo il tuo libro sul coming out ora hai pubblicato un altro libro. Ce ne vuoi parlare? Farai delle presentazioni in giro?

Certo! Il mio secondo libro è quello che considero in realtà il mio “primo” romanzo. Proprio per la natura non più  autobiografica. Non si può scrivere un’ autobiografia all’anno a meno che tu non sia Montanelli!

Sarà un nuovo romanzo a tematica?

Quest’opera la considero psicologica, intimista. L’omosessualità in questo libro perde volutamente la sua centralità. Vengono citati episodi in maniera “marginale” rispetto al resto del romanzo. Proprio in virtù di ciò che è stato detto finora: siamo anelli di una catena più lunga che è la società.

Di che cosa parla esattamente?

Il protagonista è Bruno Alighieri; il cognome è di una certa risonanza letteraria – di derivazione volutamente materna- è lo spettro di una società fortemente “paternalista” e “maschilista” su cui si è fondata l’importanza del cognome come status e appartenenza all’asse “padre-figlio” . È un uomo, che è stato soprattutto un bambino, senza padre. Il fatto di non potersi riconoscere in questo specchio padre – figlio, lo rende estremamente vulnerabile e suscettibile al fascino di donne che altro non sono che la proiezione di questa ridondante presenza/assenza nella sua vita . Donne con le quali non sarà poi capace – per colpa o per “sfortuna” – di tenere nella propria vita.  Zaira, l’amore ideale ma impossibile. Federica, l’errore di gioventù, alla quale dedicherà il suo desiderio di genitorialità, sostituendosi a sua volta ai vuoti emotivi della ragazza. Alice, la ragazza che più rappresenterà le sue istanze, manifestando empatia e una sintonia ai limiti della tolleranza. E poi c’è sua mamma, Carmela. Una donna arborea, fortemente radicata alla terra dei principi e dei valori che malgrado le condizioni non ottimali, riesce a infondere al suo unico e prezioso figlio. Tutto questo viene incorniciato dalla figura di Giacomo Morelli, caporedattore della rivista per la quale Bruno lavora, nonché padre putativo. Un faro nell’oscurità di un dubbio che accompagnerà il protagonista fino alla fine del romanzo. E chissà se come Telemaco anche Bruno riuscirà a trovare suo padre, se stesso e la propria dignità attraverso il peso di una verità che gli è sempre mancata.

Hai qualche evento in programma per promuoverlo?

Ho già iniziato il tour con la mia città di appartenenza: Manfredonia. A seguire, una presentazione tutta barese presso la bellissima Portineria 21 di corso Cairoli. Ne seguirà un’altra a breve, sempre  nel capoluogo pugliese. Stiamo calendarizzando i prossimi eventi tra Napoli e Frosinone e poi…ovunque mi vogliate! 

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