LA DENUNCIA DELL’OMOFOBIA VERSO I MIGRANTI LGBTQ+

È il 19 dicembre quando Jennifer viene aggredita da un suo connazionale: è lesbica e nigeriana. Per il suo orientamento sessuale in Nigeria si finisce in carcere, si subiscono stupri correttivi, omicidi. Per questo il suo connazionale si sente autorizzato a reagire violentemente quando la ragazza non accetta le sue avances. Solomon – questo il nome dell’uomo – la picchia senza pietà, in pieno centro alla stazione di Novara. Sono le 18. Nessuno interviene. La lascia stesa lì, dopo la violenza, preannunciandole il suo futuro:“Non finisce qui, nel nostro Paese uccidono le lesbiche e ti ucciderò”. Jennifer si fa forza, chiamo un amico che la aiuta, e grazie all’associazione Arcigay Rainbow Vercelli Valsesia, sporge denuncia. Ma invano. È il 3 Febbraio oggi, e ancora Jennifer non ha ottenuto alcuna giustizia. Solomon è in libertà. Lei ha paura.

Una giovane donna scappata da un Paese che la perseguitava, ancora una volta, qui, si ritrova a provare la stessa paura, nonostante tutto il lavoro fatto con l’associazione per i diritti lgbtq+. “Quando è venuta la prima volta ai nostri incontri, era così terrorizzata che ha pensato fossimo pazzi a riunirci in un parco pubblico davanti a tutti, e voleva scappare. – racconta Giulia Bodo, presidentessa dell’associazione e responsabile del progetto Africa Arcigay – Era spaventata e non si fidava. Le ci è voluto un bel po’ prima di avere fiducia e di credere a quello che le dicevamo: che poteva essere libera, che non doveva aver paura. È stata molto trattenuta per tanto tempo. Lei in Nigeria ha avuto un figlio che le è stato tolto subito dopo il parto, perché in quanto lesbica non era degna di essere una madre. Il suo sogno qua in Italia sarebbe quello di portare suo figlio da lei non appena sarà tranquilla con il lavoro. Questa settimana ha ottenuto lo status di rifugiato”. 

Il progetto Africa Arcigay

Ma che cos’è Africa Arcigay? Me lo sono fatta spiegare da Giulia Bodo: 

Africa Arcigay nasce nel 2016. È il primo gruppo in Italia in cui ci sono degli attivisti Lgbt africani. Di solito le persone lgbt africane chiedono un servizio alle associazioni lgbt: aiutarle nell’assistenza per ottenere il permesso di soggiorno, tutto l’iter per la richiesta di asilo. Però non vengono coinvolte in prima persona nelle attività dell’associazione. Noi invece abbiamo fatto una scelta diversa. Nel nostro comitato ci sono addirittura più africani che italiani. I ragazzi arrivano da tutto il Nord Ovest (Milano, Torino), anche qualcuno dalla Valle D’Aosta e Liguria. Con il passaparola tra di loro sono arrivati qua. Ad oggi, dal 2016, noi abbiamo gestito circa 150 casi LGBT di richiedenti asilo. Da Aprile del 2019 abbiamo ottenuto 31 status di rifugiato di fila senza mai avere un diniego da parte della Commissione e dei giudici“. 

Giulia Bodo, insieme a Stefania Sanna e Anita Sterna, sta potenziando le attività proposte per andare incontro alla necessità di questo gruppo ben nutrito ormai. “La cosa più importante per noi è che finalmente loro siano i protagonisti, che abbiano uno spazio per esprimersi, una piattaforma, che trovino rappresentanza nella comunità LGBT. – ci racconta – Per esempio Arcigay è l’associazione LGBT più grande d’Europa con 30 mila iscritti, ma non c’è un rappresentante a livello di Consiglio Nazionale che non sia bianco. Quello che si ottiene è che ci si ritrova sempre a parlare per Loro. Non è giusto. Loro devono parlare per loro stessi, devono potersi esprimere. Questa è la grande battaglia che noi stiamo facendo in Arcigay da anni ormai: ovvero dare al tema dei migranti LGBT il giusto grado d’importanza“.

E di certo il dramma di questa ragazza non poteva essere taciuto, così grazie all’aiuto dell’associazione Arcigay, alla presidentessa Giulia Bodo e alla traduzione di Martina Sedda, siamo riuscite a dar voce a Jennifer anche qui su Lesbica Moderna. La sua è una storia importante da conoscere perché troppo spesso la voce dei migranti LGBTQ+ resta inascoltata o, ancor peggio, muore in gola. Questo è il suo racconto.

Foto realizzata da Simone Manzocchi per il progetto fotografico sui migranti LGBTQ+ “In my pace”

L’intervista a Jennifer

Come stai? Sono guarite le ferite dell’aggressione?

No, me lo ricordo 24 ore su 24. Non guariranno mai perché la polizia non ha cercato quel ragazzo, non hanno neanche detto niente a riguardo. Probabilmente perché sono nigeriana, se l’avessero fatto ad una persona bianca avrebbero preso quel ragazzo immediatamente e se ne sarebbero occupati. Non mi sento bene.

Mi vuoi raccontare qualcosa di te? Chi sei? Dove sei nata e come sei arrivata in Italia?

Provengo dalla Nigeria. Sono nata nello stato di Edo, provincia di Esan, vicino ad Ekpoma. Sono venuta in Italia perché in Nigeria subivo un forte stress: non avrei nemmeno potuto dire di essere lesbica, perché se dici una cosa del genere, ti arrestano e finisci in prigione per 14 anni. Io non avevo alcuna intenzione di passare 14 anni in carcere né il resto della mia vita lì, ecco perché sono venuta in Italia.

Come sei arrivata in Italia?

Sono venuta qua quando ho iniziato ad avere problemi con mia madre per la mia omosessualità, così io e la mia ragazza abbiamo cercato un modo per arrivare in Italia. Lei aveva dei soldi, io non avevo né soldi né parenti, ma lei aveva una sorella che viveva in Europa. Così lei ha detto a sua sorella che aveva bisogno di soldi per fare affari e la sorella glieli ha mandati. Dopodiché la mia ragazza mi ha detto che saremmo dovute partire insieme ed io ho accettato. Ho fatto tutto questo soprattutto per lo stress causatomi da mia madre, principale motivo per cui abbiamo deciso di venire qui in Italia. Quando siamo partite dalla Nigeria siamo passate, mi sembra, dal Niger e Tripoli. Siamo state trattenute a Sabha e ci hanno portato in un accampamento, da cui poi partono le persone per attraversare il Mediterraneo. Io e la mia ragazza eravamo lì, continuamente sotto stress, perché anche in Libia essere lesbiche non è legale. Una volta un arabo chiese alla mia ragazza di uscire; lei non era ovviamente interessata, ma lui la prese e la portò in un luogo appartato per fare sesso con lei, ma visto che lei oppose resistenza le sparò. Sono rimasta completamente sola ad affrontare tutto questo. Il giorno della traversata verso l’Italia ci hanno fatto mettere tutti in fila e ci hanno chiamato per nome uno ad uno. Mi hanno chiamata e siamo andati in riva al mare, dopodiché siamo saliti sulla barca e siamo partiti. Quando è arrivata la nave di soccorso ci hanno detto di stare calmi, di non avere fretta, perché alcune persone avevano cercato di scendere dalla barca. Non volevano stare in mare. Ci dicevano di stare calmi e che ci avrebbero fatti salire tutti sulla nave. Siamo rimasti sulla nave per tre giorni, nel mar Mediterraneo. Non ci hanno fatto scendere quando siamo giunti vicino alla terraferma, prima ci hanno legato un bracciale al polso con un numero identificativo e hanno scritto i nostri nomi. Io ero completamente sola perché avevano ucciso la mia ragazza in Libia. Ci hanno chiamato per nome e quando ci siamo tranquillizzati ci hanno fatto sbarcare in Sicilia. Lì c’è un grande accampamento in cui siamo andati tutti insieme, poi ci hanno mandato in posti diversi. Ci hanno dato delle ciabatte (erano tutti scalzi ndr) e dei vestiti per cambiarci. Mi hanno messa nel gruppo di quelli che sarebbero andati a Milano dopo tre giorni. Io non conoscevo Milano. Dalla Sicilia a Milano ci vogliono due giorni e una volta arrivati, nel pomeriggio, erano circa le 12, ci hanno detto che ci avrebbero smistato. Mi ero fatta molte amiche, soprattutto ragazze, e ora dicevano che ci avrebbero smistate nei centri d’accoglienza. La responsabile del centro d’accoglienza era una ragazza di 22 anni ed era il nostro capo, anche se all’inizio non lo avevamo capito. Lei non ci parlava, parlavamo di più con sua madre e con la altre ragazze che lavoravano lì. Dopo un po’ di tempo ci hanno portato alla Questura di Varese; la responsabile ha iniziato a parlare italiano e le hanno detto che noi eravamo le ragazze di cui si doveva occupare. La prima cosa che lei ha detto a noi è stata “Mi aspettavo dei ragazzi, non delle ragazze”. Noi non abbiamo detto niente e siamo tornate al centro.

Foto realizzata da Giulia Lungo per il calendario AfricArcigay 

Sei lesbica? Quando hai scoperto la tua sessualità? 

L’ho scoperto grazie alla mia prima ragazza. All’epoca vivevo da mia zia, che era venuta a prendermi a casa di mia mamma. Io non ho un padre. Mia zia lavorava nel commercio. Lì vicino c’era un ostello dove viveva questa ragazza che di solito mi accompagnava per comprare della frutta, ben presto diventò una delle mie migliori amiche. Stare da mia zia però mi causava molto stress.

Hai fatto coming out?

No, non l’ho detto a nessuno.

Quindi in Nigeria non hai mai fatto coming out? Lo hai fatto una volta arrivata in Italia.

Sì, non l’ho fatto pubblicamente.

Nemmeno con i tuoi familiari? Perché?

No. Mia madre mi scoprì, ma non glielo dissi mai. Mi beccò.

Perché non l’hai mai detto a nessuno?

Perché avevo paura, è contro la legge nel mio paese.

Foto realizzata da Simone Manzocchi per il progetto fotografico sui migranti LGBTQ+ “In my pace”

Frequenti l’Arcigay? Da quanto? E come ti senti da quando lo frequenti?

Wow, che bella domanda! Mi sento libera. Vorrei semplicemente poter passare più tempo con loro, se solo non lavorassi così tanto. Ne sarei molto felice. Qualche volta dico ai miei amici che non posso andare agli incontri perché devo lavorare. Se potessi andare come facevo prima di lavorare sarei molto contenta. Ecco perché ce la metto tutta per partecipare, perché non voglio perdere la mia nuova famiglia, perché sono molto premurosi e amorevoli.

Da quanto vai agli incontri?

Se non sbaglio ci vado dal 2018.

Da un anno e mezzo? 

Sì, quasi due anni ormai.

Quindi ti senti meglio da quando li frequenti.

Sì, mi sento meglio.

Torniamo al giorno in cui sei stata aggredita. Cosa ti ricordi di quello che è successo?

Mi ricordo il colpo che mi ha sferrato quell’uomo e che piangevo. Mi ricordo quel pugno sull’occhio. Non mi dimenticherò mai quel dolore. Penso che avrei voluto essere una ragazza bianca a cui hanno fatto questo in Italia, non sarebbe successo. Forse è perché sono nera che è successo. Non me lo dimenticherò mai.

So che hai sporto denuncia. Sai a che punto sono le indagini?

No, non so nulla.

Com’è stato per te sporgere denuncia?

Il poliziotto mi ha fatto molte domande e io ero contenta del fatto che ci fosse un interprete che traduceva per me quando ho sporto denuncia. Poi però mi sono arrabbiata. Io pensavo che dal momento della denuncia sarebbero passati al massimo due giorni prima che cercassero quel ragazzo e mi dessero delle informazioni. Non l’hanno mai cercato, è come se non gliene importasse niente. Forse perché sono nera o qualcosa del genere. Io sono sicura che se fosse stata una donna bianca a sporgere la stessa identica denuncia, avrebbero trovato l’uomo.

Come sono stati i giorni dopo l’aggressione? Avevi paura per la tua incolumità? Ne hai ancora?

Sì, ho ancora paura. Ho paura perché il ragazzo mi ha detto che non ha ancora finito con me. Quindi quando sono andata alla polizia, ho pensato che lo avrebbero chiamato lì. Ho detto alla polizia che dovevano chiamarlo per  fargli dichiarare per iscritto che se mi fosse successo qualcosa lui ne sarebbe stato responsabile. Questo è quello che gli ho detto, ma non hanno fatto nulla. 

Quindi hai paura che possa succederti di nuovo qualcosa?

Sì, ho ancora paura perché in Nigeria quando qualcuno minaccia di sistemarti, lo farà. È questo il punto.

Pensi che sia difficile per una ragazza lesbica nigeriana vivere la propria sessualità in Italia o pensi che la tua aggressione sia un caso isolato?

Sì, penso che sia molto difficile.

Pensi che potrebbe succedere ad altre ragazze?

Sì, potrebbe succedere anche ad altre ragazze. Non è successo solo a me, accade anche ad altre ragazze. Non finiranno mai le aggressioni fino a quando la polizia non farà ciò che deve affinché non accadano. È così.

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