FRA ARTE E COMING OUT ATHOMICS SI RACCONTA

Vignettista o studente di astronomia? In mezzo a questo binomio, il ventiduenne Thomas Belvedere si trova bene, talmente tanto da creare il suo nome d’arte in una crasi insolita: aThomics. È così che si presenta sul web: studente o vignettista part time, trova il tempo anche per fare dell’attivismo lgbtqa+ una delle sue vocazioni. Ironico e delicato, Thomas manda dei messaggi efficaci e chiari attraverso i suoi lavori, tanto impattanti da essere stato scelto nel 2019 per rappresentare la grafica del Bologna Pride. Ma non solo, ci sono anche altri impegni che occupano questo ragazzo della generazione Z che ha tanto da raccontare di sé e del mondo. Fra arte e coming out, ecco come si narra il nostro Thomas.

L’intervista

Perché ti chiami aThomics?

Mi piaceva l’idea di avere uno pseudonimo anche perché avere una seconda identità come vignettista mi fa sentire un po’ come Batman. Il nome l’ho pensato assieme ad un mio amico durante una lezione all’università. È l’unione del mio nome (Thomas) più la “a” che sta per atomo (un po’ in omaggio al mio lato scientifico un po’ perché lo trovavo più fico) e comics (per ovvi motivi). Tecnicamente si scriverebbe aThomics con la T maiuscola proprio perché è la mia iniziale e mi piace la forma della T maiuscola.

Quando hai iniziato a disegnare vignette e come hai scoperto la tua passione?

A scuola tendevo sempre a distrarmi disegnando sui quaderni degli appunti o sul diario. Le prime vignette ho cominciato a farle alle superiori, credo in quarta. Avevo cominciato con queste strisce composte da tre quadrati l’uno in cui facevo vignette con dei personaggi anziani. L’ho sempre tenuto un po’ come passatempo per distrarmi a lezione e fare ridere i miei amici. È stato solo all’università che ho capito che il fumetto per me era di più di un semplice passatempo e che invece è qualcosa che vorrei fare per vivere. Poi magari non ci riesco, ma intanto ci provo.

Hai dei vignettisti di riferimento?

Sicuramente la mia più grande ispirazione è Leo Ortolani (che è più un fumettista che un vignettista, in realtà). Adoro il suo umorismo e Rat-Man è stato uno dei fumetti che mi hanno introdotto nel mondo del fumetto, quindi ci sono affezionato. Attualmente le vignette che mi piacciono di più sono quelle di “The nib” una rivista di vignette satiriche, False Knees, Alex Norris ed Extrafabulous_comics.

Sicuramente la mia più grande ispirazione è Leo Ortolani (che è più un fumettista che un vignettista, in realtà). Adoro il suo umorismo e Rat-Man è stato uno dei fumetti che mi hanno introdotto nel mondo del fumetto, quindi ci sono affezionato. Attualmente le vignette che mi piacciono di più sono quelle di “The nib” una rivista di vignette satiriche, False Knees, Alex Norris ed Extrafabulous_comics.

Le vignette satiriche con lo sfondo green hanno un nome particolare? Come sono nate?

Non hanno ancora un nome perché non ce n’è uno che mi soddisfi abbastanza. Al momento le chiamo solo “vignette verdi” perché è quello che sono. Sono nate come delle vignette fatte su una lettera di auguri per una mia amica che avrebbe iniziato psicologia l’anno seguente. L’idea mi è rimasta nella testa e nel momento in cui ho deciso di pubblicare vignette l’ho ripresa in mano per bene e ne ho prodotte molte di più.

Chi sono i personaggi rappresentati?

Non so da dove provenga il mio lato black humour, in realtà credo di essere una persona abbastanza tranquilla e solare. Non mi ci vedo tanto in quei personaggi. Hanno più uno scopo catartico, un modo di ridere delle disgrazie e dei dubbi esistenziali che attanagliano la nostra vita. I personaggi non li conosco ancora bene: il paziente è un ragazzo con problemi di autostima e anche molto sfortunato. La psicologa è una stronza, forse non è neanche una psicologa. Penso che siano delle sedute molto poco produttive.

Ho visto che hai ricevuto già delle soddisfazioni. Vuoi raccontarmele?

Ho ricevuto già delle piccole soddisfazioni, sì; qualcuna anche abbastanza rilevante immagino, poi io tendo ad essere modesto (credo!). Una delle soddisfazioni più importanti è sicuramente poter scrivere per la Falla, un giornale LGBT+ redatto al cassero LGBTI center, su cui viene stampata ogni mese una mia vignetta. Penso che le vignette più belle che ho disegnato, le ho fatte per loro. 

Un’altra grande soddisfazione l’ho ricevuta l’estate scorsa in cui ho fatto la grafica del Bologna Pride assieme a mio fratello. Io mi sono occupato del concept e lui della grafica, perché – a differenza mia – sa usare quelle strumentazioni magiche tipiche dei grafici. È stato molto bello andare al Pride e vedere il proprio slogan (sfondiamo i muri) e la propria grafica in giro sulle magliette e sui banner. La più recente soddisfazione è un fumetto di 33 pagine che ho scritto per la laurea di un mio amico, quello che si subiva tutte le vignette che facevo quando era mio compagno di banco. È una parodia degli Avengers in chiave veneta. Ovviamente anche questa intervista è un’altra soddisfazione da aggiungere alla lista.

Com’è nata la tua collaborazione con la Falla?

Facevo già parte di un gruppo di attivisti al Cassero, il gruppo Peopall, quindi frequentavo già l’ambiente diciamo. L’idea di provare a fare vignette per loro mi frullava per la testa già da un po’, non ricordo esattamente cosa mi spinse ad andarci di preciso. Sicuramente mi piaceva il giornale e il circolo. Poi vedevo che mancava un vignettista e  mi sono unito. Mi sono trovato subito molto a mio agio con la redazione che è molto affiatata e molto queer e apprezzava già le mie vignette.

Ed è da questa collaborazione che hai pensato di partecipare al concorso per il Pride?

In realtà frequentando già il mondo dell’attivismo LGBT+ e facendo già prima vignette su quelle tematiche, mi sentivo vicino al Bologna Pride, per il quale avevo anche già fatto il volontario l’anno prima tra l’altro. Poi era la prima volta che il Bologna Pride faceva un concorso per scegliere la grafica (che io sappia) e c’era anche un premio in buoni spesa per la Coop, anche questo diciamo che era un buon incentivo!

Come ti è venuta l’idea del tuo disegno per il Pride?

Quell’estate avveniva il 50° anniversario di Stonewall ed era anche una delle tematiche a cui attenersi per la grafica del Pride. È stato proprio Stonewall a suggerirmi il tema centrale, cioè il muro “Wall” da cui ho poi fatto lo slogan “Sfondiamo i muri” (che all’inizio era “Break all walls” ma il Bologna Pride preferiva qualcosa in italiano). Un altro elemento chiave di Stonewall e del Pride in generale, è Sylvia Rivera. Ci tenevo tanto ad inserirla, sia perché narra la leggenda secondo la quale fu proprio la sua bottiglia di gin scagliata contro un poliziotto a fare partire i Moti di Stonewall nel ’69, sia perché l’ammiro. Rivera faceva un attivismo intersezionale, che mira a celebrare la diversità e non all’ottenimento di una “normalità”. Lei era una donna Trans Latina e nonostante la sua importanza per il movimento LGBT+ è stata in seguito allontanata dal mondo del Pride, perché anche in quel mondo si erano ripetute le stesse dinamiche di potere che avvenivano al di fuori, cioè “quello più “normale” schiaccia quello più “strano”. Silvia Rivera in quanto donna trans queer Latina era in completa antitesi sia rispetto a quello che ci si aspettava da una persona in quell’epoca e sia rispetto a quello a cui ambivano i maschi bianchi cis gay. In poche parole ci tenevo a mettere Silvya perché era una donna trans queer di colore anticonformista, anticapitalista (credo) e riot e secondo me è proprio ciò di cui avrebbe bisogno il Pride al giorno d’oggi. Se c’era una persona che spaccava i muri questa era Sylvia Rivera, anche se ovviamente non era sola.

Come hai conosciuto Silvya Rivera?

Magari l’avessi conosciuta dal vivo! In realtà ne so molto meno rispetto a quanto vorrei. Ho giusto visto le interviste che riuscivo a trovare e ho fatto qualche ricerca su Wikipedia. Ho sentito per la prima volta il suo nome al Cassero, penso fosse durante una riunione della falla in cui si discuteva degli articoli da mettere sul numero del pride e in cui sentì per la prima volta parlare della sua vita anche dopo Stonewall. Poi, proprio per la grafica del Pride sono andato a documentarmi ancora di più. Ovviamente so che non è la sola responsabile dei Moti di Stonewall; non mi sono scordato di Marsha P Johnson. Non so perché mi sia affezionato particolarmente a lei. Forse per caso, forse era il suo charme.

Come nasce il tuo attivismo?

Probabilmente nasce da un po’ di iperattività da parte mia. Tendo a dare una mano alle persone credo, ho un po’ lo spirito del volontario dentro di me, anche se potrei fare molto di più e conosco attivist* che neanche se avvicini loro la criptonite sembrano arrestarsi. Il mio attivismo nasce al Cassero dando una mano al Pride 2017 durante la mia prima sessione estiva di esami. Quello è stato il mio primo Pride e il primo passo dentro quel mondo. Poi mi sono unito assieme ad una mia amica al gruppo Peopall e da lì ci sono rimasto.

Ho letto il tuo post sulla vignetta che parla della tua concezione dell’etichetta, per cui ora ti chiedo: tu come ti definisci?

Io sono un uomo bianco cis gay basic.

Vuoi spiegare cosa significhi essere cis gay basic?

No vabbè, lo dico un po’ per scherzare. Diciamo che nutro un po’ di ammirazione per la diversità in generale e quindi per le minoranze più minoritarie. Quando mi definisco “basic” è perché sono cosciente che tra le varie minoranze che ci sono, la mia è probabilmente quella più privilegiata e che va meno contro la norma, inoltre siamo anche molto più rappresentati a livello di mediatico. Ovviamente essere gay può essere una cosa basic al massimo all’interno del movimento LGBT in cui ci sono miriadi di altre sfumature diverse di orientamenti e identità. Per la società in generale, essere gay non è ancora una cosa così “basic” ahimè.

Quando hai preso coscienza della tua omosessualità e come?

È stato un processo molto lento. Più o meno verso la terza media/prima superiore ho provato una chiara attrazione nei confronti di uomini perché ero incappato in questo sito (gaywave mi pare) in cui c’erano numerose foto di ragazzi a petto nudo. Ho represso la cosa per qualche anno dicendomi che magari ero bisessuale (chiedo scusa alle persone bisessuali!), che magari volevo solo un fisico come loro o cose così. Ho pure vissuto in una famiglia molto aperta su queste tematiche e non ero omofobo in generale, per qualche motivo però lo ero nei miei confronti. L’omofobia interiorizzata è una gran scocciatura. Poi pian piano ho cominciato ad accettarmi, mi ha aiutato molto internet, frequentavo molto Tumblr e mi guardavo un sacco di youtuber che avevano fatto coming out. Il mio coming out l’ho fatto più o meno in quarta superiore. È stato però venendo a Bologna che sono diventato ancora più out and proud. Sia perché è Bologna e sia perché sono maturato di mio.

Cosa intendi quando dici “è Bologna”?

Beh Bologna è una città ad alta concentrazione di persone LGBT+ rispetto alle altre città italiane, e ha anche una storia importante dietro legata al movimento. A Bologna è molto facile sia fare attivismo in una delle tante realtà che anche socializzare con altre persone LGBT+. Se a quello aggiungi anche che è a Bologna che ho vissuto da solo per la prima volta, il livello di libertà è decisamente maggiore rispetto a quello che sentivo quando ero un liceale che viveva in uno sperduto paesino di Vicenza. Poi se apri Grindr da me, il tipo più vicino su Grindr lo trovi a pochi km di distanza. Qua a Bolo sembra che vivano tutti nel tuo stesso condominio.

Com’è avvenuto il tuo coming out? Quanti anni avevi?

Avevo più o meno 17-18 anni credo. Il mio primo coming out fu via whatsapp con una mia amica (che poi uscì fuori che non fu davvero un coming out perché non lesse il messaggio, ma ok!). A seguire feci coming out con i miei amici più stretti, poi con quelli un po’ meno stretti e poi diedi il permesso di spargere parola a tutti. I miei genitori sono stati tra gli ultimi a saperlo ma fu sempre nello stesso anno.

Come avvenne il coming out con i tuoi genitori? Perché fu l’ultimo?

La storia è un po’ complicata. Il mio piano iniziale era quello di farlo dire da mio fratello, senza che fossi presente, ma di dire di tenere segreta la cosa. In questo modo io avrei potuto fare sapere loro che ero gay senza affrontare l’imbarazzo che avrei provato a dirlo di persona. Alla fine mio fratello si era scordato ciò che avevo architettato e disse tutto a mia madre. Lei mi chiamò al telefono durante la mia sessione di DnD ( Dungeons and Dragons) chiedendomi se è vero che fossi gay. Così io risposi “sì, ma ora sto giocando a DnD”, poi raccontai al mio gruppo che avevo fatto coming out con mia madre e quel giorno quindi lo feci anche coi miei amici nerd. La sera decisi di dirlo a mio papà perché non volevo che lo sapesse tardi. Mia madre la prese bene, mio padre era un po’ ostico a riguardo; ma già il giorno dopo mi era venuto a dire le solite cose tipo “l’importante è che tu sia felice” ecc. Sono venuti entrambi al Pride 2018 e 2019. Mio padre indossa ancora il bracciale rainbow che si era preso. Li tenei per ultimi perché quando uno fa coming out ha sempre paura di essere visto in maniera diversa. Non volevo che le cose cambiassero anche all’interno di casa mia. In realtà non è cambiato un bel niente, ero io che mi ero fatto delle paranoie assurde. Direi che sono molto fortunato ad avere dei genitori aperti come i miei. Magari non fosse fortuna ma normalità.

Quali sono i tuoi progetti futuri in ambito artistico?

Al momento oltre alle solite vignette che pubblico per conto mio o sulla Falla, ho in cantiere un fumetto con una storia lunga. Stavolta è una storia non umoristica e vorrei disegnarla con un stile di disegno meno stilizzato del mio solito, quindi devo allenarmi un bel po’ prima di poter lavorarci come si deve. È un progetto in cantiere da pochissimo. Spero di poter spifferare qualche news in un futuro non troppo lontano. Purtroppo ho anche una laurea in astronomia a cui pensare!

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